With love Cristina Casati. Nella macchina del tempo di una sera

Luisa Casati Stampa e la figlia Cristina 1901

L’incredibile storia mai raccontata di Cristina Casati e della sua famiglia

Alcune sere fa, divagando fra una cosa e l’altra, un amico mi ha narrato di una donna eccezionale, un po’ italiana, un po’ inglese, un po’ cittadina del mondo: Cristina Casati Stampa di Soncino.
La Grande Guerra è finita, in Europa c’è un intensa voglia di cambiamenti e di novità, un desiderio di rinnovamento che coinvolge tutti gli aspetti della vita. Si alza il sipario sui leggendari e ruggenti Anni Venti, e la nostra storia ci porta a Oxford, in Inghilterra.
L’Università di Oxford è una delle mete predilette per formare le giovani menti dell’aristocrazia, sia inglese che europea, e Cristina è una di queste. E’ un introversa ragazza ventenne con alle spalle un’eccellente famiglia ed un’infanzia complicata.
L’aria è frizzante di novità politiche e culturali che galvanizzano i giovani. Quando la giovinezza abbraccia nuove idee si spalancano scenari del tutto inaspettati. B.Y.P. ovvero ‘Bright Young People’ è il soprannome che la stampa scandalistica affibbia ad un gruppo di giovani aristocratici, molto mondani e bohémien, che imperversano fra Londra e Oxford.
La loro occupazione è scardinare le convenzioni dell’alta società con folli feste in maschera, cacce al tesoro notturne nella Londra malfamata, musica jazz e un generoso consumo di alcool e droghe. Nel gruppo c’era il giovane Cecil Beaton che fotografava e vendeva gli scatti alle riviste scandalistiche, e fu l’inizio della sua carriera. Tra i vari nomi mi ha colpito quello di Elizabeth Bowes-Lyon, cioè la Regina Madre. Avrà appreso qui l’arte del consumo «moderato, ma costante» di alcool che non le ha impedito di arrivare con lievità ai 102 anni?

Anche Cristina è una B.Y.P. ed approda a club dove circolano idee molto progressiste. È attratta dal fervore e dallo spirito di rivolta. Per la prima volta assapora un mondo che le offre la possibilità di crearsi un posto al sole, lontana dall’ego di una madre narcisista, consumata dalla propria immagine e dall’assenzio.

Bright Young People

Serve fare un salto indietro per capire. La nostra Cristina nasce a Milano nel 1901, unica figlia del Marchese Camillo I Casati Stampa di Soncino, rampollo di una ricca ed influente famiglia milanese, e di Luisa Amman, l’ereditiera più ambita d’Italia. Bimba fortunata? Non del tutto. Ieri più di oggi matrimonio fa rima con patrimonio. Dimenticate principi azzurri, scarpette di cristallo e il “vissero felici e contenti”.
I matrimoni sono un sistema finalizzato all’ascesa sociale, il titolo nobiliare degli Amman è di fresco conio e la scalata sociale si rende necessaria. Grazie ad un patrimonio multimilionario Luisa si sposa e diviene marchesa, ovviamente senza alcuna voce in capitolo.
Camillo e Luisa non sono una coppia felice; si limitano a recitare i rispettivi ruoli. Elegantemente distaccati nel privato, brillano in società. Presi da un turbinio di viaggi ed eventi non hanno tempo per la figlia che trascorre i primi anni accudita dalle governanti. Sono genitori lontani: la madre ha iniziato la trasformazione che la porterà ad essere “un’opera d’arte vivente”, il padre è perennemente assorbito dagli affari. Presto la bambina viene spedita in un rigido collegio cattolico francese. Nel 1914 Camillo e Luisa si separano, del resto lei ha smesso da tempo di curarsi del marito e della figlia, mentre lui
non risiede mai nella stessa dimora della moglie. A soli tredici anni Cristina deve scegliere con quale genitore vivere. Incautamente preferisce la madre che, per nulla intenerita, continua a tenerla alla larga, lasciandola confinata in collegio.
Finiti gli studi superiori Cristina ottiene di proseguire l’educazione ad Oxford, dove sceglie la Facoltà di letteratura inglese. La madre accetta, ma la obbliga a risiedere in una camera privata, anziché nei tradizionali collegi nobiliari, così da poter controllare ogni minimo aspetto della sua vita. Che gioia essere la figlia di un opera d’arte vivente …

Luisa Casati. 1913
Luisa Casati. 1913

E rieccoci nella Oxford dei Ruggenti Anni Venti. Cristina stringe amicizie, vive qualche flirt e poi incontra lui: Jack. Ha la sua stessa età ed è affascinante e carismatico. Il nome corretto va scandito con calma: Francis John Clarence Westenra Plantagenet Hastings, il futuro XVI° Conte di Huntingdon. A dispetto del blasone è un progressista con idee più vicine al comunismo che al consumismo.
I due giovani si innamorano e, fra un turbinio di passioni e idee rivoluzionarie, decidono di sposarsi, perché all’epoca le rivoltose ragazze di buona famiglia si sposavano sempre. E qui sorgono i problemi: la famiglia di lei non tollera le idee di lui, mentre la famiglia di lui è scandalizzata della madre di lei.

Oggi la Divina Marchesa Luisa Casati è ammirata quale icona eclettica, ma all’epoca era considerata una pazza furibonda, intenta a dilapidare una ricchezza enorme in stranezze e follie. Amata e odiata, le sue feste sbalorditive e le apparizioni strabilianti sono fonte infinita di scandali e pettegolezzi. Fresca di divorzio vaga per il mondo mascherata da Medusa, scortata dal suo amatissimo pitone albino e da una pantera nera ingioiellata.
Insomma, non è la suocera che inviti con serenità al tè delle cinque. Nell’ottobre del 1925 Cristina e Jack decidono di sposarsi in segreto. Peccato che i rispettivi genitori non apprezzino e chiudano i rubinetti. Passata la bufera gli sposi si sistemano con poco entusiasmo a Casa Hastings; l’alternativa di vivere fra pitoni e pantere ingioiellate non è contemplata. Purtroppo fra suocera e nuora è subito una guerra che porta alla fatidica frase “scegli, o me o lei”. Jack sceglie Cristina e la famiglia Hastings, per salvare le apparenze, offre ai giovani una dimora ad una distanza socialmente accettabile: in Australia.
Il salto è traumatico, ma positivo. Liberi da costrizioni, si adattano rapidamente alla nuova vita. Cristina sfrutta il suo fisico alto e longilineo sfilando come modella, Jack inizia a dipingere con un certo successo. Ma in Australia restano per poco. La passione comune per l’arte figurativa li spinge a seguire le orme di Gauguin.

Senza esitare raccolgono armi e bagagli e si trasferiscono sull’isola di Moorea. È l’ennesimo salto benefico. All’inizio la vita non è rose e fiori, la Polinesia del 1926 non è tutta natura e resort: è natura selvaggia e basta. Vivono in una casa di legno, arredata con mobili in bambù ed arazzi fatti da foglie di palma intrecciate e dipinte. Cristina rimane presto incinta, ma partorire in Polinesia, per quanto romantico, è una scelta rischiosa e pertanto decidono di rientrare in Inghilterra. Nel marzo del 1928 Cristina dà alla luce una bambina e la battezza come l’isola tanto amata: Moorea.

Jack Hastings – Moorea 1927
Jack e Cristina – Moorea 1927
Cristina Casati. Moorea
Cristina Casati. Moorea

L’Europa della seconda metà degli anni ’30 assiste alla prova generale della Seconda Guerra Mondiale: la Guerra civile spagnola. Da un lato il governo repubblicano, dall’altra i nazionalisti del Generale Franco, nel mezzo il popolo spaccato in due. Gli stati europei non si schierano, ufficialmente solo la Russia accorre in sostegno del governo legittimo. Senza dichiarare un intervento diretto Germania ed Italia inviano truppe e mezzi a sostegno di Franco. È un ginepraio.
Volontari da tutto il mondo accorrono in aiuto del governo repubblicano: sono le Brigate Internazionali. Anche dalla Gran Bretagna partono in migliaia. Provengono dai ceti proletari, dalla borghesia e dall’aristocrazia, motivati da legami storici, culturali e in parte politici. Fra loro vi sono i discendenti di Charles Darwin, i parenti di Virginia Woolf e di Winston Churchill, il romanziere Eric Blair, noto con lo pseudonimo di George Orwell. Al contributo militare si affianca quello sanitario, e nel 1937 il British Medical Aid invia sul fronte di guerra la sua tesoriera, Cristina. Scelta azzeccata, visto che in pochi mesi lei riesce ad organizzare l’intera rete sanitaria delle Brigate Internazionali.
Nell’aprile del 1937, dopo la sconfitta fascista nella battaglia di Guadalajara, moltissimi prigionieri italiani devono essere interrogati, ma il numero degli interpreti è insufficiente. Il Commissario delle Brigate Luigi Longo chiede aiuto a Cristina, lei accetta ma non si limita a fare da interprete: si sincera che i prigionieri siano trattati bene e rimpatriati in sicurezza.

Ma Cristina che ci azzecca con la Guerra di Spagna? Facciamo un altro passo indietro. Dopo la nascita di Moorea i genitori la affidano alla nonna paterna e riprendono i viaggi di studio e piacere, prima in Messico e poi negli Stati Uniti. A San Francisco nel 1931 conoscono Frida Kahlo e il suo compagno, il grande muralista messicano Diego Rivera, da cui Jack spera di apprendere alcune tecniche pittoriche. L’intesa tra le due coppie è culturale e politica, oltre che artistica, e contribuisce a rafforzare le idee comuniste di Cristina e Jack.

Jack Hastings Studio
Jack Hastings Studio
Cristina e Frida – San Francisco 1931
Jack Hastings Murales
Cristina e Jack Hastings - Milano 1932
Cristina e Jack Hastings – Milano 1932

Cristina è avvantaggiata perché il pensiero liberale le scorre nelle vene. Lo zio Alessandro Casati era un buon amico di Benedetto Croce e uno dei fondatori del Partito Liberale. Nel 1925 si era dimesso dalla carica di Ministro della pubblica istruzione disgustato dagli atteggiamenti di Mussolini. La villa dei Casati ad Arcore era un salotto culturale frequentato da intellettuali, scrittori e politici accomunati da idee progressiste. Dopo l’armistizio del 1943 Alessandro farà parte del Comitato di liberazione nazionale e a guerra finita diverrà senatore e presidente della delegazione italiana all’Unesco.
Durante gli anni Trenta Cristina si muove fra l’Inghilterra e l’Italia non solo per motivi personali. I Casati sono una famiglia molto influente, e lei sfrutta questo vantaggio per tessere legami fra intellettuali inglesi ed italiani accomunati dall’avversione al fascismo. Ovviamente l’OVRA (la polizia segreta fascista) è al corrente di tutto, ma non può nulla e si limita a schedarla e sorvegliarla.
Questi viaggi le permettono di riavvicinarsi al padre che, pur non amando le idee della figlia, ne ammira lo spirito indipendente ed altruista. Ma il padre non è l’unico ad apprezzare il suo altruismo. Il crollo della Borsa del 1929, sommato ad uno stile di vita assiro, fanno calare il sipario sulla folle vita della madre. La Divina Marchesa dichiara bancarotta, e per saldare i 25 milioni di dollari di debiti è costretta a vendere tutto, dal palazzo di Venezia fino all’ultimo orecchino. Sola e senza un penny si trasferisce a
Londra, dove il suo ex amante Augustus John le trova un piccolo alloggio.

Qui entra in scena Cristina, del resto la pazza Medusa è pur sempre sua madre. Le apre un conto
corrente e le versa regolarmente piccole somme per vivere, in modo che Luisa non spenda tutto in cosmetici ed alcoolici. Senza più amici che la venerano per la Divina Marchesa inizia la parabola discendente che la porterà all’oblio.

Cristina Casati by Frida Khalo
Cristina Casati by Frida Khalo

Alla fine degli anni Trenta i rapporti con Jack si guastano e nel 1943 Cristina divorzia, ma non resta sola a lungo. Nel giugno successivo si risposa con Wogan Philipps, II° Barone di Milford, iscritto al Partito Comunista Britannico. Wogan è stato in Spagna, ed è rimasto ferito servendo come autista di ambulanza nel gruppo sanitario britannico. Fra divorzio e matrimonio Cristina trova il tempo per sostenere anche la resistenza in Italia. L’armistizio lascia il paese diviso in due: il sud agli Alleati ed il nord in balia dei nazifascisti.
Cristina riesce a tornare a Milano e segretamente trasforma le soffitte del suo palazzo in alloggi per le famiglie dei partigiani, e di qualche famiglia ebrea. Nel frattempo finanzia il movimento di resistenza.
Finita la guerra acquista insieme al marito una tenuta nell’ovest dell’Inghilterra, per dedicarsi ai lavori rurali. Torna spesso anche in Italia, dove ha ereditato la “Cascina Fornace”, azienda agricola a Cusago nei pressi di Milano. Lì avvia una delle prime gestioni cooperative italiane.

Sappiamo che le belle storie finiscono con “e vissero felici e contenti” ma la realtà è diversa. Negli anni cinquanta Cristina si ammala gravemente per spegnersi il 22 marzo 1953 nella sua tenuta in Inghilterra.

Cristina e la figlia Moorea fine anni ’30

Dedico questo articolo a te Alessandro Casati, amico colto e discreto, e ti ringrazio per avermi fatto conoscere Cristina. A differenza della madre, icona splendida e folle, ma vuota di valori, lei ha lasciato un’eredità morale. Per quanto mi riguarda penso che la vita sia una tavola imbandita, sta a noi scegliere le portate per comporre il pranzo perfetto. E di tanto in tanto si può anche avere fortuna.

Casati Cristina, la firma

In copertina, Luisa Casati Stampa e la figlia Cristina 1901.

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Fausto Corini

Ammiro il coraggio della redazione di Volgare Italiano. Chiedermi di scrivere degli articoli, lasciandomi per giunta carta bianca nella scelta delle tematiche e dello stile, lo ritengo un grande atto di coraggio, o di follia, o di entrambe le cose assieme. Tutto sommato, se dovranno rammaricarsi o rallegrarsi per questa scelta, non dipende né da me, né da loro, ma da voi lettori.
Perché Dottor Divago? E’ presto detto. Perché amo divagare da un tema all’altro, anzi lo faccio proprio con dovizia ed impegno. Non ho la presunzione di conoscere tutto, sia ben chiaro, però ho l’ardire di amare il bello, aggettivo qualificativo che applico ad ogni aspetto della vita nella sua forma più assoluta. Sinché durerà la collaborazione con Volgare Italiano, toccherò sempre con grande leggerezza vari argomenti disparati fra
loro, con l’unico obbiettivo di offrirvi una distrazione dalle vostre occupazioni quotidiane (se piacevoli lo deciderete voi).
Il fatto di non essere un accademico né un critico ma una persona normalissima, a volte troppo, quanto vorrei avere ogni tanto un barlume di follia, mi regala l’occasione di dialogare di tutto senza addentrarmi troppo nei dettagli.
Del resto la curiosità rappresenta una porta semi aperta sulla conoscenza, e se anche per un attimo avrò suscitato in voi questa sottile sensazione che vi porterà ad approfondire “motu proprio” un qualsivoglia argomento, sarò soddisfatto (e lo sarete anche voi, fidatevi).
Di cosa si può parlare con leggerezza? Di tutto. Basta farlo con garbo, eleganza ed ironia.
Tre qualità che andrebbero applicate in ogni aspetto della vita, soprattutto in tempi sospetti quali sono i nostri, dove scivolare nel cattivo gusto pare sia ormai must quasi irrinunciabile. Personalmente ritengo che la massima di Andy Warhol “in futuro tutti saranno famosi per quindici minuti” sia stata presa un po’ troppo sul serio, e preferisco di gran lunga un'altra sua frase “credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella
forma d'arte che si possa desiderare”. Ecco, aggiungerei che, oltre a non rovinarla, sarebbe anche carino cercare di renderla un luogo migliore, fosse anche per provare sulla propria pelle un emozione diversa dal solito. Ecco, divago, lo so, è inevitabile.
Tornando agli argomenti non vi tedierò con un infilata di temi, tematiche e note a margine: è cosa che detesto quasi quanto le tasse, ma sempre meno delle promozioni telefoniche. Diciamo che vi sono tante sfumature di colori, più di quante ve ne siano in un arcobaleno, nella storia, nell’arte, nella moda e nelle mode, nel saper vivere, nel recitare su di un palco come nella vita. Di questo mi occuperò, sempre se la redazione non cambierà idea dopo questo articolo.
Gli spiriti liberi sono pericolosi per loro stessa natura: non imbrigliati nelle reti del pensiero corretto si permettono l’oltraggiosa arte del Divagare senza una meta prefissa.
O forse l’hanno. Vedremo.

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1 commento

  1. Facile dire che l’autore scrive bene. Importante sottolineare il tema, sconosciuto ai più, compresa me. La vita di un personaggio che avremmo incasellato come ricca rampolla oziosa che si rivela affascinante e appassionata. Attendo altre storie.

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